Il “Simbolismo” nella poesia di G. Pascoli

Pubblichiamo l'articolo del Prof. Nicolò Seminara, ex docente di lettere del nostro Istituto

Personale scolastico

La composizione del presente articolo nasce in seguito alla visione del film TV “ Zvani – Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli” (1855-1912). Nel film tre i motivi dominanti : 1) il tormentato e assillante impegno del poeta profuso per l’amorevole ricostruzione del “nido” familiare, distrutto dal tragico assassinio del padre, dall’ immatura e inaspettata morte di fratelli e sorelle e dal doloroso decesso materno; 2) il distacco convinto del giovane poeta dall’imperante struttura intellettualistica della tradizione letteraria italiana che faceva capo a Giosuè Carducci (1835-1907); 3) la piena consapevolezza da parte del Pascoli del proprio ruolo innovativo nei processi evolutivi della composizione poetica che D’Annunzio (1863-1938) colse e apprezzò ma non senza alcune riserve. Protagonisti principali visibili e immediati del film sono lo stesso poeta, le due sorelle Ida e Mariù, l’amico Severino Ferrari. Protagonisti indiretti, invece, sono: 1) la figura del “buon uomo” Pascoli, che sempre aleggia e traspare da numerose vicende biografiche (scoperta del mandante dell’assassinio del padre; l’arresto, ecc.); 2) lo svolgimento della sua arte poetica , che comprende anche i dodici componimenti in lingua latina guadagnatisi tutti i relativi primi premi ( tra il 1892 e il 1912) nei concorsi internazionali di poesia latina, “Certamen poeticum Hoeufftianum” di Amsterdam.
La poesia del Pascoli rappresenta un fatto nuovo nella nostra storia letteraria. E’ una esperienza che si inquadra nella poetica del Decadentismo europeo e che tiene conto della personalità del poeta, di cui coglie ed esprime le sensazioni più varie, le commozioni più intime, le impressioni più schiette e genuine. Il poeta stesso cerca di teorizzare gli elementi caratteristici
della sua poesia e di fissarne i limiti nella cosiddetta poetica del “fanciullino”. Partendo dalla premessa che << è dentro di noi un fanciullino>> il Pascoli afferma che la poesia è <<voce spontanea, fresca, immediata>>, quasi un dono concesso a chi riesce a non soffocare <<questa limpida voce sorgente di poesia>>, a non turbare la meraviglia, <<l’assorto stupore col quale il fanciullino guarda le cose>>, anche <<le piccole cose>>, come se le vedesse per la prima volta. E come il fanciullino <<sente e vede, ride e piange>> con estrema naturalezza, così il poeta raccoglie questa <<voce ingenua e argentina>> e la traduce in <<linguaggio poetico semplice e chiaro>> adatto a rievocare la fanciullezza felice, ad esprimere i brevi palpiti che la piccola vita
quotidiana e l’incanto della natura offrono.
Per comprendere il simbolismo pascoliano, è necessario prendere in considerazione la poesia francese dell’ultimo Ottocento che sviluppò il simbolismo di “Les fleurs du mal” di Baudelaire, e giunse così alla creazione di una nuova poesia, fatta di analogie, di metafore, di ossimori, di corrispondenze, di voci onomatopeiche, di fenomeni sinestesici, ecc. La natura è un <<tempio>>, formato da <<viventi colonne>> che si lasciano sfuggire <<confuse parole>>; l’uomo nella sua quotidiana esistenza passa attraverso <<foreste di simboli>>; i profumi, i suoni che gli giungono, si rincorrono e si mescolano procurandogli sensazioni indefinibili. Questi sono i concetti espressi da Charles Baudelaire (1821-1867), considerato il fondatore del simbolismo,
nel sonetto “Les correspondances” che dimostra come, per i poeti simbolisti, la natura è una realtà oscura, simbolo di un mondo soprasensibile e misterioso.
Nella poesia del Pascoli sono riscontrabili punti di contatto con il simbolismo francese. Bisogna dire, però, che il Pascoli era un sostenitore dell’assoluta libertà del poeta, che deve seguire la sua ispirazione, e non deve aggregarsi a nessun movimento letterario. Il simbolismo del nostro poeta è frutto di una naturale disposizione del suo animo, non il risultato dell’imitazione di poeti stranieri. Molti critici e il Croce in particolare, la giudicarono sfavorevolmente, analizzarono ogni verso e notarono il simbolo soltanto quando si trasformava in allegoria e perdeva, quindi, la sua poeticità. Il cammino che la critica ha percorso per scoprire il simbolismo e per dargli valore poetico è stato faticoso. Ci sono voluti molti anni prima che dai saggi negativi del Croce si giungesse a quelli pienamente favorevoli di molti studiosi, tra cui il Galletti, il Flora, il Trombatore, il Binni, il Momigliano, il Contini, il Sensini, il Salinari, il Luperini e altri. Essi rivalutarono il simbolismo pascoliano. Furono tutti concordi nel ritenere che la poesia del Pascoli conosce la sua più compiuta realizzazione, quando memoria e simbolo confluiscono in una visione unitaria e riconoscono, inoltre, che, nei momenti migliori e più poetici di ogni poesia, dietro l’apparenza della semplicità, si nasconde sempre un misterioso significato.
La poetica pascoliana, quale ci appare dalle prose e specialmente da “Pensieri e Discorsi” è essenzialmente simbolistica. Inoltre, non poche poesie delle “Myricae”, dei “Canti di Castelveccio” e di “Odi e Inni”, danno una chiara idea del concetto che il Pascoli ebbe della poesia e, in particolare, della sua poesia. Si potrebbe fare una distinzione fra un primo simbolismo delle “Myricae” e dei “Canti di Castelvecchio” e un secondo simbolismo dei “Primi” e dei “Nuovi Poemetti”. Nelle due prime raccolte di versi il poeta ricorda spesso l’amara esperienza della sua vita (l’ uccisione del padre e la progressiva distruzione della sua famiglia, il
“nido”); ma a poco a poco l’ispirazione poetica si spersonalizza e diviene il simbolo della tragedia umana, dell’universale infelicità. Il simbolo è spesso unito alla memoria poetica che permette al poeta di ritrovare il suo passato, le sue speranze, i suoi sogni. Il contrasto tra la realtà e il sogno, tra le malvagità degli uomini e la purezza e la bontà dell’universo, traspare da
molti versi. Nei “Primi Poemetti” il motivo personale comincia ad essere sempre più velato; il poeta non sente più il bisogno di ripiegarsi su di se stesso, di piangere sulla sua vita, sente, invece, di partecipare alla solitudine e alla pena degli altri uomini che, oppressi dallo stesso destino, cercano invano di penetrare nel mistero che li circonda e di scoprire la verità.
Anche il motivo cosmico, accennato in “Myricae” come misteriosa corrispondenza tra uomini e stelle, ampliato nei “Canti di Castelvecchio”, si approfondisce nei “Nuovi Poemetti”, dove il poeta non contempla più il cielo dalla terra, ma cambiando il suo punto di osservazione, guarda gli uomini dall’alto e li vede piccoli e legati alla terra, ignari di pendere sull’abisso. Le stelle non
sembrano più al poeta piccole e vicine, ma lontane e immerse nell’infinito spazio in cui ruota pure la terra che è anche essa un astro, ma ormai privo di luce.
I simboli di cui il poeta si serve per rappresentare se stesso, la sua pena, la sua ansia di verità e di luce, cambiano: il poeta non è più simboleggiato, come nei “Canti”, dal fiore di croco che, strappato dal suo prato, si schiude ai raggi del sole e muore immerso in quella luce, ma dal cieco che, per un attimo, e soltanto in sogno, ha la visione del vero, o dal pellegrino che parte per un lungo viaggio e ritorna al punto di partenza più povero di prima. Il poeta si sente fratello di tutti gli uomini, ma sente che la propria sofferenza è maggiore, perché egli, più degli altri, ha piena coscienza dei limiti a cui ogni uomo deve sottostare. Il poeta, perciò, deve vincersi e assumere il ruolo di consolatore in attesa di una libertà che solo dopo la morte potrà conquistare. Solo allora il poeta si identifica con il suo simbolo più bello, con il cigno che, staccatosi dai ghiacci eterni, si innalza candido e sicuro verso il sole e si immerge cantando nella luce diafana dell’aurora boreale.

Gangi, febbraio 2026

Prof. Nicolò Seminara

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